Dietro ogni divisa, un essere umano di Luca Depunzio

Pubblicato il 18 febbraio 2026 alle ore 12:51

Dietro ogni divisa, un essere umano di Luca Depunzio

 

Ogni anno, decine di persone in divisa si tolgono la vita. Succede spesso. Molto più frequentemente di quanto la gente immagini. Non è un fenomeno raro, e non è per niente facile da comprendere per chi non conosce, dall’interno, come giri la giostra in certi ambienti. Esistono dinamiche invisibili agli occhi dei più, che sono malate, complesse, che stringono chi le vive in una morsa silenziosa.

Dietro ogni persona che si toglie la vita c’è sempre una storia di qualcuno che ha versato litri di lacrime, che si è perso dentro l’oscurità di quel dolore. Storie di individui sottoposti a turni, condizioni di lavoro che causano stress costante, paura, senso di fallimento. Storie di abbandono a se stessi e di silenzi imposti. Storie di scene folli viste, vissute e mal digerite. Momenti che la mente di tanti esseri umani non riesce a cancellare. Bocconi troppo amari da mandare giù, che restano lì, incastrati, capaci di far male.. ancora e ancora.

Chi lavora in contesti ad alta pressione vive quotidianamente conflitti che non sono solo esterni: ti scavano dentro. Esposizione a scene particolarmente impattanti, scioccanti, rischi continui, traumi.. isolamento emotivo, responsabilità costante, giudizio incessante si fanno sentire. Pesano come macigni certi giorni. Un errore può costare caro: reputazione, carriera, persino vita. Ogni decisione pesa come un macigno.

La nostra mente registra tutto. Ogni dettaglio, ogni suono, ogni gesto. Accumula tensione come un archivio infinito che prima o poi si ritroverà a scoppiare, non trovando mai pace. Il PTSD, la depressione, l’ansia persistente non sono segnali di debolezza: sono segnali che il sistema interno sta vacillando, che qualcosa dentro non funziona più come dovrebbe.

E il guaio è questo: quando il “robot” si guasta, nessuno si preoccupa di aggiustarlo. È più facile sostituirlo. Per uno che cede, non non ci sono pezzi di ricambio, non ‘è manutenzione…no. Ce ne sono centinaia di migliaia in fila fuori dai cancelli, pronti a prendere il suo posto. 

È così il problema resta e non si risolverà mai.

La cultura diffusa da sempre in certi ambienti in divisa amplifica il problema. Parlare di paura, dolore, fragilità è un lusso che non ci si può permettere. Chi prova a farlo viene guardato con sospetto, giudicato, isolato, condannato. Spesso inviato in infermeria, bollato e rimandato a casa.

È così che molti si ritrovano a “scegliere” il silenzio, a soffocare in assoluta solitudine. È bene che la gente lo sappia: molto spesso, anzi troppo spesso, tutta la “fratellanza” sbandierata TV è soltanto teorica. Chi attraversa un momento buio viene lasciato solo. Amici e colleghi prendono le distanze, volontariamente. La vicinanza promessa si trasforma in illusione, in qualcosa che evapora e lentamente scompare. Tutto ciò che sembrava gruppo diventa isolamento e abbandono. 

Il problema sta nel fatto che quando una mente, disperata, percepisce che non ci sono vie d’uscita, il suicidio può apparire come l’unica scelta possibile. Anche se è sempre la peggiore. 

La prevenzione è possibile. Ci mancherebbe. Ma richiede che si abbia l’onestà intellettuale di dire le cose come stanno, di guardare in faccia la realtà per quello che è, ma soprattutto il coraggio di avviare in certi ambienti un cambiamento culturale profondo. Radicale. 

È necessario l’abbattimento dello stigma”: eliminare totalmente il giudizio negativo, la vergogna e i pregiudizi che certi ambienti associano al rappresentare certi problemi.

Ci vogliono non solo programmi psicologici mirati, a cura di figure esperte ma soprattutto il sostegno tra pari. Tutto questo può fare la differenza. 

Ci vuole impegno serio da parte delle istituzioni per rendere modificabili vecchie mentalità “disumane”, permettendo di agire in modo mirato prima che sia troppo tardi.

La cultura della forza, della durezza e della repressione emotiva non porta nulla di buono: è deleteria, sempre.

Dietro ogni divisa c’è sempre un essere umano.

Sforzarsi di notarlo, di ascoltarlo, di capirlo può salvare non solo la sua vita, ma anche quella di tante persone che gli sono attorno.


Luca Depunzio

 

Nota: questo articolo ha scopo puramente informativo e si basa su modelli teorici accreditati nella letteratura scientifica internazionale. Non costituisce critica a specifiche amministrazioni né sostituisce il parere di un professionista della salute