Tra il 2008 e gli anni successivi, il Nordest italiano fu teatro di una lunga serie di suicidi tra imprenditori, artigiani e commercianti. Un fenomeno che esplose con la crisi economica, quando migliaia di piccole realtà produttive si trovarono schiacciate da debiti, calo degli ordini e dalla stretta del credito bancario. La stampa nazionale dedicò ampio spazio alla vicenda, definendola una “anomalia sociale” e interrogandosi sulle responsabilità del sistema finanziario. Gli esperti sottolineavano come la perdita di dignità personale e professionale, soprattutto nelle aziende familiari, fosse spesso il fattore decisivo che portava alla scelta estrema. La politica intervenne con nuove norme, tra cui le procedure di composizione della crisi da sovraindebitamento, ribattezzate “leggi anti-suicidio”, per offrire una via d’uscita legale a chi era travolto dai debiti.
Oggi, un fenomeno altrettanto grave riguarda gli appartenenti alle forze dell’ordine e alle forze armate, militari e civili. Da anni si registra un aumento dei suicidi, ma il tema resta confinato nel disinteresse generale. Le notizie vengono spesso ridotte a brevi trafiletti sui giornali locali e, nel giro di pochi giorni, scompaiono dal dibattito pubblico. A ricordare quelle vite restano solo familiari e amici.
Una delle poche realtà che monitora costantemente il fenomeno è la pagina Facebook “OSSERVATORIO SUICIDI IN DIVISA (OSD)”, gestita da Cleto Iafrate, militare della Guardia di Finanza e tra i maggiori conoscitori del tema. Per il resto, la questione sembra rimanere sulle spalle di chi la vive direttamente. La morte improvvisa di un servitore dello Stato — sia essa provocata da terzi o auto inflitta — appare quasi normalizzata, come se fosse una conseguenza implicita del ruolo.
Secondo chi scrive, la sottovalutazione del problema riguarda anche molti appartenenti alle stesse amministrazioni, talvolta persone che non hanno mai operato sul territorio o che hanno beneficiato di percorsi agevolati. Se la minimizzazione arriva dall’interno, individuare soluzioni diventa ancora più complesso.
Nei giorni scorsi è stata avanzata una proposta simbolica, ispirata all’installazione “Zapatos Rojos” dell’artista messicana Elina Chauvet, che nel 2009 dispose scarpe rosse nelle piazze per ricordare le vittime di femminicidio. L’idea è quella di esporre in piazza i berretti delle donne e degli uomini in uniforme che si sono tolti la vita. Per rappresentare visivamente il concetto, è stata utilizzata un’immagine generata con intelligenza artificiale, poiché non esistono fotografie reali di berretti di servizio appoggiati a terra.
La foto mostrava berretti di fantasia, tutti di foggia maschile. La proposta ha suscitato alcune critiche: c’è chi ha contestato l’assenza di modelli femminili, chi la mancanza di un determinato corpo, chi l’uso dell’AI invece di oggetti reali. Osservazioni che, di fatto, spostano l’attenzione dal tema centrale.
Con un argomento così delicato, il problema diventa una foto generata artificialmente? La reazione è una piccola dimostrazione di come l’“elefante nella stanza” continui a essere invisibile agli occhi di molti.