Il problema che nessuno vuole vedere nei suicidi in uniforme
Ogni volta che si parla di suicidi in uniforme, il dibattito istituzionale segue un copione prevedibile: si invocano più psicologi, più sportelli di ascolto, più protocolli di prevenzione.
Tutto necessario, tutto giusto.
Eppure, ogni volta, manca il punto centrale.
Quello che i familiari delle vittime denunciano da anni.
Quello che i colleghi e le colleghe, spesso in silenzio, vivono sulla propria pelle.
Quello che chi è arrivato vicino al gesto estremo conosce fin troppo bene.
La grande assente è l’analisi dell’ambiente di lavoro.
Il limite della risposta psicologica
I percorsi psicologici sono fondamentali, nessuno lo mette in dubbio.
Ma hanno un limite strutturale: intervengono sull’individuo, non sul contesto che genera il malessere.
Un collega che ha affrontato un conflitto a fuoco, un incidente stradale cruento o indagini sulla pedopornografia può essere inserito in un percorso di supporto programmato.
Ma chi si ammala a causa dell’ambiente, chi subisce soprusi, umiliazioni, ingiustizie, chi vive in un clima di ostilità quotidiana, a chi può rivolgersi?
È come se il medico mi dicesse che per la mia tosse devo smettere di fumare, e mi prescrivesse farmaci e sciroppi.
Peccato che a fumare non sia io, ma le persone che mi circondano.
E nessuno dica loro di smettere.
Il tabù dell’ambiente tossico
Nelle forze armate e di polizia esiste un tabù: non si mette in discussione la catena di comando. Eppure, in qualunque azienda privata, dodici domande di trasferimento da una stessa sede e altrettante rinunce a farsi trasferire lì farebbero scattare un audit immediato.
Nelle caserme, invece, no.
Non si indaga.
Non si chiede perché.
Non si valuta se il clima sia sano.
Non si verifica se la leadership sia adeguata.
Anzi, capita perfino che comandanti di reparti da cui tutti vogliono scappare vengano premiati come “migliori comandanti di Stazione”.
È un paradosso che chi vive l’istituzione conosce bene: si premia la facciata, si ignora ciò che accade dentro.
Il costo umano del silenzio
Quando l’ambiente è tossico, il malessere non è un fatto individuale.
È un prodotto del sistema.
E il sistema, oggi, non ha strumenti efficaci per riconoscerlo, valutarlo, correggerlo.
Il risultato è una spirale che molti conoscono:
- richieste di trasferimento
- somatizzazioni
- ansia, insonnia, depressione
- isolamento
- perdita di fiducia
- e, nei casi più estremi, il suicidio
E ogni volta si riparte da capo: psicologi, protocolli, sportelli. Mai una domanda sul contesto.
La domanda che nessuno vuole porre
La prevenzione non può limitarsi a curare chi soffre.
Deve anche impedire che qualcuno venga fatto soffrire.
Finché non si affronterà il nodo dell’ambiente di lavoro, potremo moltiplicare gli interventi psicologici, aggiornare linee guida, organizzare convegni e tavoli tecnici.
Ma resterà tutto in superficie.
Perché se le fondamenta sono marce, il palazzo crolla. Sempre.
Massimiliano Rebeschini
Nota: Articolo a carattere divulgativo che, pur potendo trattare argomenti scientifici, non soddisfa i criteri di rigore metodologico, validazione e originalità propri della ricerca accademica.
Non costituisce critica a specifiche Amministrazioni né sostituisce il parere di un professionista della salute.