La complessità del rischio suicidario, tra logorio operativo e dinamiche ambientali di Antonella Renzetti

Pubblicato il 23 gennaio 2026 alle ore 20:28

La complessità del rischio suicidario, tra logorio operativo e dinamiche ambientali di Antonella Renzetti

 

Il suicidio all'interno dei corpi militari e civili è un fenomeno che scuote profondamente le fondamenta della società e delle istituzioni. Per anni è stato sottaciuto o, al massimo, trattato come una questione puramente individuale, una "crisi personale" o un momento di fragilità improvvisa. Tuttavia, un’analisi attenta rivela che il gesto estremo è spesso l’ultimo anello di una catena dove le dinamiche del contesto lavorativo giocano un ruolo determinante.

Quando l'ambiente diventa un "carico"

Chi indossa un'uniforme è abituato a gestire l'emergenza esterna, ma raramente viene addestrato a gestire l'impatto che l'ambiente di lavoro ha sulla propria mente. La scienza parla di stressor occupazionali, ovvero quegli elementi del contesto che possono logorare la nostra resilienza:

Il peso dell'isolamento: il senso di solitudine che nasce quando l'operatore percepisce l'amministrazione come un apparato distante, più attento ai regolamenti che alla dimensione umana dei suoi membri.

La cultura dell'invulnerabilità: il mito del professionista "senza macchia e senza paura" che rende difficile dire "sto male". Questo stigma spinge a nascondere le ferite emotive per timore di pregiudizi sulla propria carriera.

Leadership e ascolto: un clima di reparto basato sulla fiducia e sulla valorizzazione delle persone è il primo fattore di protezione. Al contrario, l'assenza di canali di dialogo può erodere lentamente il senso di appartenenza.

 

La "costrizione cognitiva": capire cosa accade nella mente

Perché un operatore arriva a un gesto così estremo? Non è quasi mai una scelta di libertà, ma quello che lo psicologo Edwin Shneidman definisce costrizione cognitiva. Sotto il peso di un dolore mentale diventato insopportabile (psychache), la mente subisce un restringimento: non si vedono più le alternative, non si ricordano gli affetti, e la morte appare come l'unico modo per fermare la sofferenza. È come trovarsi in un tunnel dove l'unica uscita visibile è quella più tragica.

 

Riconoscere i segnali è una responsabilità di tutti

Prevenire significa rompere il muro del silenzio. Non serve essere esperti per notare dei cambiamenti importanti in un collega o in noi stessi:

Un insolito distacco dalle relazioni o dalle attività che prima piacevano

Un aumento del cinismo o dell'aggressività verso il servizio

Alterazioni costanti del sonno o un senso di stanchezza che non passa mai

 

Questi non sono segni di debolezza, ma indicatori che il sistema di resistenza è sovraccarico.

 

Proteggere chi protegge

Affrontare questo tema con onestà significa capire che la forza di un Corpo non si misura solo dall'efficienza operativa, ma dalla capacità di prendersi cura dei propri uomini e donne. La sicurezza di chi opera sul campo passa necessariamente attraverso la tutela della propria serenità psicologica. Riconoscere il disagio è il primo atto di coraggio per non permettere al silenzio di vincere.

 

Antonella Renzetti

 

Nota: questo articolo ha scopo puramente informativo e si basa su modelli teorici accreditati nella letteratura scientifica internazionale. Non costituisce critica a specifiche amministrazioni né sostituisce il parere di un professionista della salute